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Da anni si è parlato dell’espansione del buco dell’ozono e del suo progressivo ingrandimento ma, grazie alle continue ricerche e ai cambiamenti dello stile di vita della popolazione, anche se in modo lento, la famigerata “catastrofe irreversibile” sta pian piano regredendo.

Gli sforzi internazionali stanno funzionando: il sottile strato di atmosfera che difende la Terra dai raggi UV provenienti dal sole si sta rimarginando, questo è l’ultimo rapporto delle Nazioni unite sullo stato dell’ozono atmosferico, analisi condotta ogni 4 anni.

Era il 1974 quando Mario Molina e Frank Sherwood Rowland, due ingegneri chimici, pubblicarono su “Nature” un articolo che puntava il dito contro alcune sostanze di sintesi chiamate CFC (clorofluorocarburi), capaci di volare verso la stratosfera e rilasciare gli atomi di cloro in quantità sufficiente da attaccare lo strato di ozono.

Era l’inizio di un frenetico processo che porterà nel 1987 al “Protocollo di Montreal” – di fatto una legge delle Nazioni Unite – che auspica il phase out totale e inizia a mettere al bando, per la prima volta nella storia, un’intera classe di composti chimici di sintesi, i CFC appunto.

Attualmente, si spera che i livelli di ozono stratosferico ritornino “normali” attorno al 2040, con la sola eccezione delle regioni polari, dove il danno è più esteso e una ripresa sarà intorno al 2045 per l’Artico e sopra l’Antartide per il 2066.

Nonostante il Protocollo di Montreal, nel 2018 era stato individuato un aumento dell’uso dei CFC in un’area della Cina; inoltre, negli anni i CFC sono stati sostituiti da un altro gruppo di sostanze chimiche industriali, gli idrofluorocarburi (HFC), i quali si sono rivelati altrettanto problematici anche come gas serra.

Ma sono solo i CFC il problema?

La stessa emissione di CO2 danneggia lo strato di ozono e permane nell’atmosfera molto più a lungo; non solo, anche questo continuo utilizzo di combustibili fossili non agevola la situazione.

 

Quali sono le soluzioni?

Come per tutte le crisi climatiche, anche per l’ozono la soluzione sarebbe quella di ridurre le emissioni di CO2, ridurre l’utilizzo di sostanze che possono arrecare danni all’atmosfera, passare ad un’energia green, utilizzare fonti rinnovabili.


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